Oct 29, 2021 The first episode of Linea del Tempo, the video series curated by Andrea Contorni for Canale 10 (channel 19 on digital terrestrial), aired on October 25th and was entirely dedicated to the National Etruscan Museum of Villa Giulia, with contributions from director Valentino Nizzo and the Curator of the Collections, Maria Paola Guidobaldi. How this was made Auto-dubbed Audio tracks for some languages were automatically generated. Learn more Music 3 songs
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Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia affonda le sue radici nel fervido clima dell'Italia post-unitaria,
quando si gettarono le basi dell'archeologia nazionale.
Nacque ufficialmente nel 1889 come sezione extraurbana del Museo Nazionale Romano,
la cui sezione urbana trovò sede nei monumentali locali annessi alle terme di Dio Cleziano.
Un museo fortemente voluto da Felice Bernabei, che ne fu anche il primo direttore,
determinato a dotare il neonato stato italiano e la città di Roma in particolare
di un luogo espositivo in grado di competere con i musei capitolini e con i musei vaticani,
istituiti già dal 1471 e dal 1506, al tempo dei papi Sisto IV e Giulio II.
Il museo ha sede nella meravigliosa villa rinascimentale di Papa Giulio III,
edificata tra il 1550 ed il 1555 alle pendici dei Monti Parioli a Roma.
Cuore della villa, realizzata come residenza suburbana del Pontetice,
è lo splendido ninfeo, accessibile dalla loggia del giardino centrale.
Alla progettazione della villa parteciparono i più grandi artisti dell'epoca,
da Jacopo Barozzi da Vignola a Bartolomeo Ammannati,
con il contributo di Michelangelo Bonarrotti e Giorgio Vasari.
Il ricercato ciclo pittorico decorativo è frutto del talento artistico di Prospero Fontana,
che si avvalse di alcuni celebri collaboratori,
tra cui Pietro Venale da Imola ed il giovane Taddeo Zuccari.
L'emiciclo è decorato con delicati interventi pittorici ispirati alle grottesche della Domus Aurea.
Le sale, al piano nobile, accolgono uno straordinario ciclo di affreschi,
tra cui le raffigurazioni dei Sette Colli di Roma.
Assolutamente caratteristica è la riproduzione a grandezza naturale
del Tempio Etrusco Italico di Alatri, III secolo a.C.,
fatta realizzare nei giardini tra il 1889 ed il 1890 in occasione dell'inaugurazione del museo.
Dal 2012 l'esposizione si è allargata ad alcune sale della vicina villa Poniatowski.
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia vanta capolavori di assoluto rilievo,
quali il Sarcofago degli Sposi, la Pollo di Veio, le Lamine di Pirgi,
la Cista Ficoroni, la Testa di Leucotea, l'Alto Rilievo di Pirgi,
opere che, unite alla vasta collezione di vasellame, armi, utensili e gioielli,
rendono Villa Giulia il più ricco e celebre museo etrusco al mondo.
Il primo nucleo delle collezioni esposte fu quello proveniente dall'Agro Falisco,
a cui si aggiunsero nel giro di qualche decennio i materiali provenienti da altri luoghi,
sia dell'Agro Falisco e Capenate, sia dell'Azio Antico e dell'Umbria Antica,
e poi soprattutto quelli scaturiti dalle grandi imprese di scavo di Cerveteri e di Veio,
accentuando progressivamente la connotazione etrusca del museo,
che poi è proseguita nel corso del tempo allargandosi agli altri importanti centri dell'Etruria Meridionale.
Incontriamo la dottoressa Maria Paola Guidobaldi,
illustre archeologa con oltre cento pubblicazioni all'attivo
e stata direttrice degli scavi di Ercolano.
Nell'ambito del Polo Museale del Lazio ha diretto il Museo archeologico Cerite
e lo stesso Museo di Villa Giulia, divenuto in seguito Museo Autonomo.
Al suo interno riveste attualmente gli importanti ruoli di conservatrice delle collezioni museali,
di culatrice delle sezioni Cerveteri, Collezione Castellani e Chircheriana
e di responsabile dell'Ufficio Mostre.
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia è davvero un museo molto particolare,
per non dire unico nel panorama museale non solo italiano ma anche internazionale,
per la ricchezza delle sue collezioni e anche per il pregio monumentale,
architettonico e decorativo della sede che lo ospita.
Siamo infatti nella villa che il Papa Giulio III, Giovanni Ciocchi del Monte,
durante il brevissimo suo pontificato tra il 1550 e il 1555,
fece realizzare come residenza estiva all'interno di possedimenti appartenenti alla propria famiglia.
Alla realizzazione di questa meraviglia di architettura e decorazione rinascimentale
parteciparono i più grandi artisti del tempo,
da Michelangelo che essendo troppo anziano ebbe una sorta di ruolo di supervisore del progetto,
a grandi architetti da Vignola al quale si devono soprattutto il palazzo e lo spettacolare emiciclo
e soprattutto Bartolomeo Mannati, il fiorentino che lasciò la sua firma nella loggetta
e nel meraviglioso Ninfeo il primo teatro d'acqua realizzato, alimentato dall'acqua virgo,
l'acquedotto di età romana che Agrippa fece costruire nel XIX a.C.
Alla decorazione parietale partecipò invece una vasta schiera di artisti
la cui mano è difficilmente riconoscibile, ma tutti appartenenti alla bottega di Prospero Fontana
e la decorazione si conserva mirabilmente nelle due grandi sale al pian terreno
e nelle sale del piano superiore e poi nel meraviglioso emiciclo
in cui la volta, attribuita secondo alcuni a Pietro Venale da Imola,
secondo altri sempre alla bottega di Prospero Fontana,
si dispiega sopra una serie di grottesche delle pareti
una mirabile volta con un grillage in cui da un pergolato
che di fatto dialoga con tutta la vegetazione e l'autentico vigneto che si dispiegava intorno
si affacciano putti e animali di vario genere.
In questa cornice meravigliosa si dispongono all'interno le collezioni.
L'ordinamento attuale del museo comprende circa 5.000 opere
che sono organizzate in un percorso espositivo che segue un ordine topografico
dei contesti di provenienza.
Abbiamo quindi la sezione di Vulci, di Cerveteri, di Veio
ma anche una sia pur isolata significativa testimonianza e rappresentanza di Tarquinia.
Si è colta però giustamente l'occasione del distacco degli affreschi della tomba del Letto Funebre
per motivi conservativi e che sarebbero stati di fatto conservati nei depositi
per esporli a Villa Giulia e dare quindi un senso e una rappresentanza simbolica
anche di questa importantissima città.
E poi oltre a questo ci sono le collezioni antiquarie
che sono delle pietre miliari proprio nella storia dell'archeologia antiquaria
e che sono confluite in momenti diversi a Villa Giulia.
Innanzitutto la collezione kircheriana che è nata dallo smembramento
che fu decretato nel 1913 dal Ministero dell'originario museo kircheriano
quello di Atanasius Kircher che aveva sede nel Collegio Romano
le cui collezioni furono distribuite tra vari musei tra cui Villa Giulia.
Questo nucleo di circa 300 opere confluito a Villa Giulia
è costituito soprattutto da bronzi di tipo etrusco-italico
che sono o bronzetti votivi o tutto il variegato strumentario
collegato al banchetto oppure all'arredo di lusso
e ci sono anche dei pezzi naturalmente eccezionali
come la Cista Ficoroni e l'Aratore di Arezzo
e poi la collezione Castellani che forse è la più rappresentativa delle collezioni antiquarie.
Sono circa 6.000 opere e centinaia di frammenti
che erano appartenuti a questa straordinaria famiglia di orafi
che nella seconda metà dell'Ottocento attraversa la storia anche politica
e comunque culturale da protagonista.
La famiglia decide di avviare una manifattura di gioielli cosiddetti archeologici
ispirati alle creazioni orafe che si erano manifestate in Italia
nella sua storia millenaria creando quindi un brand molto attrattivo
soprattutto per una raffinata clientela internazionale
che diventò veramente pazza per questo tipo di gioiello
e decise poi di investire parte degli utili d'impresa potremmo dire
nell'acquisto di cimeli antiche e quindi avviare una collezione di opere
che provenivano dagli scavi o comunque dagli acquisti sul mercato antiquario.
Per precisa volontà di Augusto Castellani questa parte della collezione privata
sarebbe stata dovuta poi donare allo Stato italiano
e il figlio Alfredo compì e portò a compimento questa volontà paterna
il 19 gennaio del 1922 quando questa collezione è confluita appunto
poi nel Museo di Villa Giulia.
La collezione comprende centinaia di bronzi e di vasi
in cui è rappresentata diciamo tutta la produzione vascolare del Mediterraneo
dai più antichi vasi d'impasto al bucchero, la ceramica greca attica a figure nere
e a figure rosse, la ceramica etrusca a figure rosse, la ceramica argentata
e ci sono le firme dei più grandi ceramografi noti
che avevano appunto con le loro opere invaso i mercati internazionali
acquistati anche naturalmente dalla clientela etrusca.
E poi ci sono le oreficerie, appunto la punta dell'iceberg della collezione Castellani
rappresentata proprio dalla collezione di ori che sono sia ori antichi
quindi sempre la parte più pregiata o anche più costosa della collezione
ma anche le loro oreficerie, cioè appunto le loro creazioni originali
ispirate ai gioielli antichi e che per precisa volontà nella disposizione di donazione
avrebbero sempre dovuto essere esposti insieme alle oreficerie antiche.
Così è sempre stato fatto e rispettato nei vari allestimenti che si sono susseguiti a Villa Giulia.
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia è dotato di autonomia speciale.
Dal 2017 è diretto dal dottor Valentino Lizzo, archeologo, etruscologo e studioso di primissimo livello.
Già vice direttore del Museo archeologico nazionale di Ferrara,
con una lunga carriera all'interno del Ministero per i beni culturali,
Lizzo è stato chiamato a guidare il museo con capacità e potenzialità
amministrative e scientifiche che non erano contemplate in precedenza.
Un compito di grandissima responsabilità, in piena sinergia con tutto il personale dell'Istituto.
Una sfida che unisce la conoscenza alla capacità organizzativa,
il tutto sempre nel segno di una profonda competenza in campo storico-archeologico.
È proprio il dottor Lizzo ad illustrarci i capolavori del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Il Sarcofago degli Sposi è tra le massime espressioni dell'arte etrusca e dell'antico splendore di Caere.
Rinvenuto nella necropoli della banditaccia di Cerveteri, è il simbolo stesso del museo.
Nel 1881, durante gli scavi nella necropoli della banditaccia,
all'epoca proprietà dei Principi Ruspoli,
in una tomba purtroppo non identificata con certezza,
vengono recuperati oltre 400 frammenti di un sarcofago in terracotta.
All'inizio nessuno dei presenti si rende conto dell'importanza di ciò che era stato recuperato.
Finisce nelle soffitte del palazzo Ruspoli di Cerveteri,
dove accorrono diversi studiosi a vedere i frutti di quelle campagne di scavo.
Si trattava di interventi condotti in una porzione di necropoli
che era già stata oggetto di attenzioni pochi decenni prima.
Infatti, molti materiali di straordinaria rilevanza
erano entrati a far parte delle collezioni del Marchese Campana,
che aveva messo insieme, intorno alla metà dell'Ottocento,
una delle più grandi collezioni di antichità,
investendo anche in questi scavi, in queste facoltà di raccolta
che all'epoca erano concesse dalle norme degli stati preunitari,
beni non suoi, attinti al monte di pietà che dirigeva.
Questo portò lo Stato della Chiesa a pignorare quella collezione,
a venderla per risarcire il debito,
cosicché andò a finire nei principali musei d'Europa.
Il Louvre, che oggi nella collezione Campana è il nucleo più rilevante di antichità etrusche,
ma anche l'Hermitage di Leningrado e diversi altri musei di Londra e del resto d'Europa.
Felice Barnabé, il fondatore futuro del Museo di Villa Giulia nel 1889,
dove aveva visto queste raccolte pochi anni prima,
allestite nel Museo di Napoleone III,
e in particolare era rimasto colpito dal sarcofago gemello
di quello degli sposi di Villa Giulia, oggi custodito al Louvre.
Capì subito, visitando quella soffitta insieme ad altri esperti,
che aveva davanti qualcosa di simile, se non ancora di più bello.
Cominciò allora a tessere un fine lavoro diplomatico,
nel quale da un lato cercava di nascondere la rilevanza di ciò che aveva visto,
e dall'altro cercava di garantirne l'acquisto da parte dello Stato.
Meditava, infatti, di poter ospitare quei 400 frammenti ricomposti
nel museo cui stava lavorando,
il Regio Museo di Villa Giulia,
destinato a raccogliere le antichità rinvenute al di fuori delle mura di Roma,
dotando la capitale di un luogo della cultura
in grado di raccontare agli italiani da dove venivano,
un modo per costruire la loro identità culturale
insieme a quella politica appena definitasi.
Barnabè riuscì nella sua impresa,
evitando che anche questi 400 frammenti emigrassero all'estero.
Una volta ricomposti, vennero esposti in una delle sale del museo,
appena inaugurato, che dal 1893
pote quindi vantare uno dei pezzi più celebri dell'arte degli etruschi,
il nostro straordinario sarcofago,
di dieci anni più antico di quello del Louvre,
che, a differenza di questo,
conserva tracce rilevanti dell'originaria poligromia.
Infatti noi lo definiamo tecnicamente in terracotta,
perché è dell'argilla cotta attraverso procedimenti non semplici.
Infatti il sarcofago è composto di quattro parti,
due per il coperchio con le due figure degli sposi
e due per la cassa.
Con tutta una serie di accorgimenti, dei fori che servivano proprio per evitare
che l'argilla, sottoposta allo stress del fuoco, potesse esplodere.
Una volta ricomposti, l'effetto è quello che incanta tutti quanti i nostri visitatori.
Quello di un abbraccio,
quello di un momento di intimità che si protrae verso l'eternità,
quello di gesti che hanno e avevano un significato,
perché queste mani protese in avanti quasi ad accoglierci,
ad abbracciare anche noi, a dialogare con noi,
contenevano altrettanti oggetti reali, dei vasi, forse degli unguentari,
forse una chilix, una coppa.
Lei aveva sicuramente degli orecchini d'oro che non si sono purtroppo conservati,
si trattava di scavi purtroppo non scientifici.
Potevano esserci anche elementi organici, delle corone di fiori, delle ghirlande,
il tutto per celebrare la vita oltre la morte,
nello stile caratteristico del 520 a.C.,
il cosiddetto stile ionico,
perché gli artigiani che produssero questo straordinario capolavoro
e tanti altri oggetti tra i più caratteristici dell'arte degli etruschi,
come le tombe affrescate di Terquinia o i cosiddetti vasi idrie-ceretane,
furono realizzati da maestranze dell'Ionia grechia,
quella che occupava le coste dell'Asia minore,
nei pressi di una città focea di cui ci racconta Erodoto,
descrivendo di come l'avanzata dei persiani
e la conquista delle città greche dell'Ionia
aveva costretto molti greci d'Oriente
a spingersi lasciando la loro città verso l'Occidente.
Questo è all'origine di una famosa battaglia navale,
la prima nota della storia, quella descritta da Erodoto,
la battaglia di Eleria del 540 circa a.C.,
ma anche all'origine di quel processo di assimilazione
di tanti artigiani greci nelle città etrusche,
alcuni di essi, forse anche di seconda generazione,
producono questo capolavoro della coroplastica,
cioè l'arte di plasmare l'argilla.
Lo fanno con il linguaggio tipico dell'arcaismo,
gli occhi allungati, le labbra ripiegate in un sorriso
che in realtà è la volontà di renderli più espressivi.
Ma quello che colpisce di più di quest'opera,
soprattutto colpiva il pubblico greco che osservava di Etruschi
così atteggiarsi nell'atto del simposio,
era la bellezza della donna, ma soprattutto il fatto
che fosse inclusa in un rituale che nel mondo greco
era riservato solo agli uomini.
Quello del simposio lo definiamo un rituale,
ma era una pratica della vita quotidiana
di chi poteva permetterselo.
Una scena come questa, agli occhi dei greci
del VI, del V e del IV secolo a.C.,
era scandalosa perché le donne non dovevano
unirsi agli uomini su questo letto,
nemmeno per celebrare il simposio.
Infatti descrivono le donne etrusche
quasi come delle prostitute che nude bevevano vino
unendosi col primo uomo venuto.
Non è così.
Lei è completamente vestita, il corpo coperto,
indossa delle splendide scarpe, i cosiddetti calcei repandi,
che non toglie nemmeno salendo sul letto,
mentre l'uomo ha i piedi scalzi, il torace scoperto,
simbolo di virilità.
Si abbracciano, uniti per l'eternità,
lei con un copricapo, il tutulus,
che raccoglie i suoi fluenti capelli divisi in trecce,
e probabilmente, che cosa sta facendo?
Un gesto semplice.
Si cosparge le mani con l'unguento,
forse per profumare il suo sposo,
accompagnandolo per l'ultima volta nel simposio,
ma anche nel viaggio verso l'eternità,
perché forse questo sarcofago a lui era dedicato
e lui ha voluto essere accompagnato con la sua sposa,
anche nella sepoltura.
Guardando con più attenzione però il sarcofago,
si notano particolari che mostrano
che sì, le donne etrusche erano emancipate,
ma l'uomo doveva sempre spiccare rispetto alla donna.
Infatti il suo corpo è deformato e allungato
all'altezza dei fianchi,
dove non poteva essere visto perché era accostato
ad uno dei lati della tomba,
in modo da non apparire più basso di lei.
Infatti i piedi solo di poco sono più corti
di quelli della sposa.
Nel sarcofago dell'Ugro più recente
si va verso un maggiore naturalismo.
Questo ci ricorda che il passato,
per quanto è evoluto come quello etrusco,
è comunque un momento di tensioni, di differenze
rispetto al mondo contemporaneo.
Per cui gli uomini prevalevano sempre sulle donne,
anche se oggi per noi la donna etrusca
è un simbolo di contemporaneità.
L'Apollo di Veio sembra quasi voler raccontare
da solo la propria storia millenaria.
Era il 1916 quando l'Apollo di Veio
torna a splendere alla luce del sole.
Erano anni drammatici per il nostro paese
e per tutta Europa,
ma erano partite da diverso tempo
diverse campagne di scavo
che consentirono di recuperare migliaia di tombe
nell'antica città di Veio,
ma soprattutto di individuare il suo santuario
più importante, quello consacrato
alla dea Minerva, la Minerva dei Romani.
Questa scoperta fa il giro del mondo letteralmente
perché la scultura dell'Apollo intatta
insieme ai frammenti delle altre sculture
che coronavano la parte sommitale
del tempio principale
erano state riposte con rigore e scrupolo religioso
all'interno di una fossa,
come si faceva con le immagini di culto,
con i doni votivi.
L'Apollo conservava ancora la sua poligromia originaria,
resa ancora più evidente
grazie agli ultimi restauri che lo hanno interessato.
Con lo sguardo oggi lo vediamo confrontarsi
con il suo rivale, Eracle.
Questo è uno degli episodi
che rientrano nelle dodici fatiche di Eracle,
quello della cattura della cerva
dalle corna d'oro sacra ad Artemide,
la sorella di Apollo,
che Eracle deve imprigionare senza ucciderla
in modo da mostrare questa preda a Euristeo,
indicando la fine di una delle sue tante fatiche
per poi restituirla al dio.
Il dio è costretto a soccombere
rispetto all'abilità del semidio,
insomma, di quell'eroe che diventerà divino
grazie proprio alle imprese compiute
fra le quali questa.
In origine le due sculture erano molto più distanti
l'una dall'altra,
venerano circa dodici o forse di più
sulla somità del tempio,
ben distanziate,
venivano viste dal basso
a circa dodici metri di distanza,
quindi con tutte le difficoltà
che dettagli così infinitesimali
potevano porre nel coglierli alla vista.
E questo rende ancora più rilevante
la maestria di chi le ha realizzate.
Un poco più distante in questo gruppo
di cui sopravvivono solo queste tre figure integrali
vi è Latona,
con in braccio il piccolo Apollo
di cui si conservano solo le gambe,
in un'altra impresa,
la prima impresa del giovane dio appena nato,
quella di uccidere il terribile mostro Pitone
che perseguitava la madre
colpevole di essersi unita con Zeus
e aver dato alla luce i due gemelli
Artemide e Adapollo.
Quindi diversi miti che raccontavano
episodi delle gesta del dio del sole
venerato come Aplu anche dagli Etruschi.
Chi le ha realizzate?
Sicuramente i più grandi artisti del tempo.
Non conosciamo il nome dell'artigiano
che lo ha realizzato
perché oggi sappiamo che non può trattarsi di Vulca,
l'unico artigiano, coroplasta, plasmatore di argilla
noto dalle fonti
perché è più antico di una o due generazioni.
Altre opere possono esserli attribuite
ma non questa.
Questo è noto come il maestro dell'Apollo
ed è probabilmente lo stesso
che fu chiamato a Roma per realizzare
la monumentale quadriga
che coronava il tempio della Triade Capitolina
sul Campidoglio.
Il tempio più importante non solo di Roma
ma dell'Occidente
realizzato come solo un monarca tiranno
poteva sperare di farlo.
Roma era all'epoca una città etrusca
e non è strano quindi
che fosse chiamato un artigiano
affermato di quella che era stata
la cerrima rivale di Roma
e che tornerà ad esserlo durante l'epoca repubblicana.
Bene, ci sono diverse affinità
non si conservano i resti di questa quadriga
ma diverse sculture sono state rinvenute a Roma
di questo stesso periodo
e il linguaggio è simile.
Siamo al massimo livello
di quell'arte ionica
cosiddetta dagli artigiani provenienti
dalla Grecia ionica dall'Asia
che si trasferiscono nel Lazio
e danno origine alle espressioni più tipiche
dell'arte degli etruschi.
Il cosiddetto sorriso arcaico
gli sguardi con questi occhi
apparentemente allungati
insomma tutto quello che rende l'arte etrusca iconica
motivo per cui l'Apollo di Veio
divenne subito dopo la sua scoperta
un modello per tutti gli artisti contemporanei
che venivano nella Valle Giulia
attratti da quel fermento
destato nel 1911
dall'esposizione universale delle belle arti
che diede vita alla Galleria Nazionale di Arte Moderna
a tutti i padiglioni delle istituzioni straniere
e rese Villa Giulia un epicentro
che raccontava gli etruschi
ma attraverso di essi
parlava agli artisti contemporanei
che in queste opere
riuscivano ad identificarsi
anche perché le consideravano
una reazione
espressiva a quegli ideali
del classicismo che erano stati
presi come modello
dai nazionalismi che hanno
sconvolto nella prima metà del Novecento
l'Europa e il mondo.
Siamo davanti alla facciata di un antico tempio etrusco
l'alto rilievo di Pirgi
è frutto di un restauro che ha riassemblato
oltre duemila frammenti.
Gli scavi nel santuario di Pirgi
può sembrare incredibile
saperlo, iniziano
a metà degli anni Cinquanta
del Novecento
in seguito alla raccolta
sul terreno di frammenti
di questo rilievo
e di altri straordinari
reperti di questo
santuario che le
arature sempre più profonde
riportano improvvisamente
alla luce. Sono gli anni del
boom economico e quindi si
costruisce come mai si era fatto prima
ma anche le tecniche di
coltivazione dei campi raggiungono
livelli purtroppo estremamente
insidiosi per antichità
che avevano sonnecchiato
sotto il terreno ben protette
per millenni.
Gli scavi iniziano proprio
in seguito al rinvenimento
di alcuni elementi
di questo incredibile
puzzle che oggi vediamo
così ricomposto dopo
diversi decenni di studio
e di lavoro. È
stata una fortuna incredibile
che le cose siano andate così
perché altrimenti avremmo perso
l'unico esemplare
così integro
di quello che era il tipico
elemento decorativo dei
templi etruschi di epoca
classica, cioè della prima
metà del V secolo
avanti Cristo. Non erano templi
come quelli dei Greci, quindi con un
frontone interamente popolato
di figure in marmo
ma erano dei templi
aperti dai quali
penzolavano, dalla parte
a forma di triangolo
del coronamento,
delle placche di terracotta
a rilievo, con un rilievo
molto avanzato,
enfatizzato, in modo tale che dal basso
potesse essere visto
in prospettiva. Infatti
queste figure hanno tutta una serie
di correttivi che servono
a renderle più
leggibili nonostante la distanza
dei correttivi
plastici ma anche legati
alla policromia che ancora oggi
si conserva, non dico
integralmente ma quasi.
Cosa raffigura questa scena?
Ornava la parte
centrale del tempio
a rivolta verso la strada che
univa il santuario portuale di
Pirgi con Cerveteri
lungo la via processionale
che veniva percorsa
per raggiungere questo santuario
portuale e questo non è
un caso perché la scena
di fronte alla quale ci troviamo
è un'esaltazione
dei valori della civiltà
contro la barbarie
ma è anche un monito per chi
arrivando dalla città lo
osservava. Siamo tra
il 470 e il
460 avanti Cristo
e più o meno l'epoca del
più antico dei Due Bronzi di Riace
la Grecia è uscita vittoriosa
dallo scontro contro i Persiani
il linguaggio espressivo
è quello ed è
incarnato magnificamente da
una serie di
figure che richiamano
uno dei miti
più popolari dei Greci
quello dello scontro
fratricida dei sette
contro Tebe. I due
fratelli Eteocle e Polinice
gemelli, figli di Edipo
dopo la morte del padre
avrebbero dovuto succedersi al
trono un anno l'uno e
l'anno seguente l'altro
Eteocle non cede
il suo trono
costringendo Polinice a
mettere insieme una schiera
di eroi con i quali
recuperare ciò che gli è
dovuto. Va ad Argo
mette insieme sette guerrieri
che con altrettanti
diciamo
plotoni attaccano
la città di Tebe, la assediano
e si scontrano
con chi la difende
i due fratelli si uccidono
l'uno con l'altro simultaneamente
ma non sono raffigurati
in questa scena. Vediamo
personaggi minori, vediamo al centro
l'incredibile Tideo
che ferito a morte sta addentrando
il cranio di Melanippo
nel momento in cui Atena
è raggiunta per soccorrerlo
con l'ampolla
dell'immortalità. Era stata mandata
da Zeus ma arriva nel mentre
Tideo sta compiendo un atto
scellerato per cui la vedete
disgustata, coprirsi
con il suo
con la sua armatura
e ritrarre dietro i fianchi
l'ampolla dell'immortalità
infatti Tideo morirà
dopo aver addentrato
il cranio di Melanippo
divorandone il cervello. Lo stesso
avviene a Capaneo all'estrema destra
era riuscito a superare
le mura di Tebe
e nel mentre lo fa
e sta per scontrarsi con
Polifonte, bestemmia
e appare Zeus al centro
nell'atto di fulminarlo
il fulmine non si vede
e uccidere anche egli
non vi è nessun
vittorioso in questa scena
tutti soccombono
perché non hanno saputo rispettare
i valori della civiltà
contro la barbaria
è un monito forse contro tutti i
tiranni, chissà forse
contro anche quel Tefari
Evelianas re di Veio
ricordato dalle lamine di Pirgi
è che i Fenici
definivano re laddove
forse per i re
non c'era più posto pochi decenni
dopo, questo idealmente
il messaggio che l'altorilievo
di Pirgi ci trasmette
Il Museo Nazionale Etrusco
di Villa Giulia si proietta nel
terzo millennio con l'intento
di raggiungere il massimo livello di
attività di ricerca sulle collezioni
e sugli archivi, promuovendo
nel contempo un'esperienza
di visita assolutamente inclusiva
coinvolgente
ed emozionale