
Museo Archeologico Sant'Antioco Sara Muscuso
Il tofet (o tophet) è un santuario fenicio-punico diffuso nelle città fenicie e puniche dell'Occidente, ad esclusione delle aree della penisola iberica e della costa marocchina. Si tratta di un'area sacra a cielo aperto, dove sulla roccia o sul terreno apparivano deposte le urne che contenevano i resti incinerati di infanti nati morti o deceduti prematuramente, spesso accompagnati da un'offerta rituale per lo più animali (volatili e agnelli) anch'essi incenerati. Una zona ristretta dell'area era in genere occupata dalle installazioni per il culto (sacelli e altari). Molti cinerari erano accompagnati da stele con iscrizioni, tutte di carattere votivo. Si trova di solito in un'area periferica dell'abitato, nei pressi della necropoli. Tofet sono stati rinvenuti a Cartagine, a Hadrumetum (oggi Susa, in Tunisia) e in altre città puniche dell'Africa settentrionale. In Italia sono presenti in Sicilia a Mozia e Solunto e in Sardegna a Tharros (vicino a Oristano), Sulki (oggi Sant'Antioco), sul Monte Sirai (vicino a Carbonia), a Karales, attuale Cagliari, a Nora ea Bithia. La funzione dei siti denominati dagli archeologi come Tofet è controversa. Il nome viene citato nella Bibbia nel secondo libro dei Re 23,10[1] e in Geremia 7,31[2], come luogo dove i fanciulli erano «passati per il fuoco» in onore del dio Moloch o Melqart. A sacrifici umani alludono anche alcune fonti classiche e la pratica sembrava confermata dal ritrovamento in queste aree di numerosissime urne in terracotta con i resti di bambini e neonati, mescolati a volte con ossa di piccoli animali. Le iscrizioni si riferiscono al rito denominato molk, relativo al culto di Tanit e di Baal.
